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Franco Cerri. Il privilegio di essere Franco


Nasce tutto in una sera di lockdown come tante, quando Sara, la mia compagna, mi mostra la foto di suo zio batterista, Maurizio Sologni Barbalonga, ed è una bella fotografia, in bianco e nero, e mi incuriosisce l’impostazione delle mani, delle bacchette e, nella consueta telefonata che, ahimè, resta l’unico modo per rimanere in contatto con i parenti lontani, i suoi genitori le raccontano la storia della band in cui militava, quella di Riccardo Rolli, alias Antonio Riccardo Pirolli od anche Geno Puro & Co., esponente della corrente del rock progressivo italiano, e delle lezioni di batteria con Pupo De Luca, pseudonimo di Giovanni De Luca, ed allora mi ricordo che P. De Luca è stato un pioniere della batteria jazz in Italia, suonando al fianco di nomi storici del jazz italiano, come Enrico Intra, Gianni Basso e Franco Cerri. Insomma, tutto questo mi spinge a setacciare l’enorme fiume di informazioni che è il web alla ricerca di materiale audiovisivo e scopro questo bellissimo canale di YouTube, Medialogo, in cui è presente la video intervista oggetto di questo post: Franco Cerri. Il privilegio di essere Franco.

Su Franco Cerri sono stati scritti innumerevoli articoli e pubblicazioni e nella prefazione della sua biografia (reperibile facilmente online ed in libreria) ‘Sarò Franco’ il 95enne chitarrista quest’anno, è descritto come “un musico di altri tempi. Ha l'età per andare in pensione e invece preferisce strapazzare ancora la sua Gibson L5, suonare con i suoi allievi, vivere di musica come ha sempre fatto, e di raccontarci il suo jazz. Desiderio allo stato puro, una forza che lascia spazio a pochi altri calcoli, se non un ‘non poter fare a meno di suonare’.” Un libro che mi sono ripromesso di comprare e leggere e che suggerisco ad ogni musicista e lettore.

Questo breve documentario su Franco Cerri fa riflettere sul significato di fare musica e nascere musicista nel periodo del fascismo, “quando il jazz, non solo veniva censurato, ma veniva combattuto addirittura, era vietato suonare nei locali pubblici, non si suonava jazz in radio, tant'è che noi lo facevamo come facevano i carbonari.” Un tempo “il jazz soprattutto, la musica che facevamo noi, era musica dei neri e quindi questo già rappresentava un tipo di collocazione che per il fascismo non andava bene.” La produzione e la carriera di Franco Cerri è nota, invece in questa intervista si svela per quello che è: un musicista profondamente appassionato che non è “soltanto la somma dei suoi successi, ma l'insieme delle sue passioni che unite a vicissitudini e incontri inaspettati stravolgono radicalmente il corso di un'esistenza.” Una persona semplice, un po timida, riservata, infastidita dall’attenzione mediatica, un autodidatta sempre curioso. Un bell’esempio di musicista e di umanità.

Sono 24 minuti circa di bellezza, di passione per la musica e che, grazie alle incredibili tecnologie moderne, ho potuto trascrivere e che ho voluto riportare qui nel mio articolo. Sono inoltre presenti interventi di altri grandi e appassionati musicisti. Ed ecco il video e la trascrizione audio.


Franco Cerri: “E’ una grande fortuna fare musica e per me il jazz è un modo di esprimere più importante. Però è un privilegio, è come raccontare un qualcosa attraverso lo strumento: anziché parlare si fa con le note.

Io non ho mai vissuto fasi musicali in casa mia, sono stato il primo io a parlare di musica in casa e a farla dopo, per cui non c'era nessun punto di riferimento. Non avevamo né un giradischi e né la radio, che è arrivata anni dopo; è stata l'unica maniera per avvicinarsi alla musica.


La prima chitarra me la comprerò papà nel 44, perché dovetti insistere parecchio prima di averla e che costava 78 lire! E’ stata una chitarra molto importante, quella che mi ha dato l'avvio. Ho incominciato a pensare alla chitarra come a uno strumento, prima di tutto, che si potesse portare a spasso come si voleva e poi anche un'altra cosa: le ragazze. Già fra i ragazzi circolava la voce che uno che suona uno strumento ha già una strada più aperta, e allora la chitarra. La chitarra anche perché è uno strumento familiare, come se fosse la prolungazione del nostro corpo e poi, da sempre, è stato uno strumento molto popolare.

…A quell'epoca c'era solo il Conservatorio oppure le lezioni private presso maestri che però si facevano pagare, ma i miei genitori non avevano soldi, non avevano possibilità. Allora mi comperai un piccolo metodo dove c'erano i puntini che rappresentavano la posizione che dovevano prendere le dita sulla tastiera e adesso si chiamerebbero “Chitarristi in 24 ore”. Chiedevo a un amico che suonava il pianoforte ad un mio grande compagno di vita, Giampiero Boneschi, che poi diventò un grande musicista. Lui mi dava dei grandi suggerimenti, ne sapeva più di me, allora scoprivo, piano piano, quali erano le possibilità per muovere la mano con un certo senso sulla tastiera.”


Giampiero Boneschi: “Io avevo il pianoforte in casa e cominciavo a suonare: "Ma perchè non vieni a casa mia. Dai, ci troviamo! Così quando magari si deve studiare ci mettiamo a suonare un poco insieme. Allora non c'erano problemi: il pensiero di introdursi in un mondo musicale era proprio un divertimento, come i ragazzi si divertono al giorno d'oggi comperando una chitarra o suonando qualche altro strumento.”

Franco Cerri: Ah sì! I maestri ispiratori, tanti all'epoca! Vabbè, c'erano pochi dischi, non avevamo dischi e quei pochi che ascoltavamo erano di Armstrong, il grande Armstrong, che poi è tutt'ora attuale, Benny Goodman, e c'era un chitarrista, un certo Michele Ortuso, che all'epoca era uno sconosciuto e che poi ho avuto l'occasione di conoscere, che faceva degli assoli di chitarra jazzistici e mi avevano molto impressionato. C’era un grande belga che si chiamava Django Reinhardt, grande chitarrista, uno dei più grandi chitarristi della storia col quale poi ho avuto la fortuna di suonare nel 49.


Giulio Libano: “Nel periodo del fascismo [il jazz], non solo veniva censurato, ma veniva combattuto addirittura, era vietato suonare nei locali pubblici, non si suonava jazz in radio, tant'è che noi lo facevamo come facevano i carbonari.”


Franco Cerri: Il jazz soprattutto, la musica che facevamo noi, era musica dei neri e quindi questo già rappresentava un tipo di collocazione che per il fascismo non andava bene, infatti Kramer quando suonava in pubblico, suonava dei brani americani ma li chiamava con altri titoli: Sophisticated Lady di Duke Ellington, lui la annunciava come La Signora Sofisticata di Del Duca. Io mi ricordo che uno dei primi concerti, beh, chiamarlo concerto era già mica male: intrattenimento, diciamo, è stato all'ospedale di Piazza delle Bande Nere, dove andavamo per consolare i feriti. Questo nel 44, inizio 45, ma noi non potevamo suonare con gli occhi chiusi. È stata una cosa un po’… Ecco, sotto quest'aspetto non è stato un bel debutto, diciamo.

Giampiero Boneschi: “Quando finì la guerra, fu una festa che non potete immaginare: tutta la gente aveva voglia di ballare, di divertirsi, tutta la notte andava avanti (così), ed ogni strada in ogni cortile era una sala da ballo. Non potete immaginare quanti musicisti suonavano tutte le notti.”


Franco Cerri: Io suonavo con un gruppo che faceva musica da ballo, musica leggera, e il capo orchestra ad un certo punto disse: Ho visto Kramer oggi, ha detto che stasera verrà qui tutti noi non credevamo a questo. “Ma figurati non è vero!” ed invece Kramer è arrivato davvero ed ha chiesto se qualcuno di noi conosceva qualche brano americano, quelli di moda in quel momento, e siamo andati avanti una mezz'ora a suonare soltanto fisarmonica e chitarra.


Giulio Libano: Le frontiere ormai erano aperte non, c'era più la lotta contro la musica, perché abbiamo fatto la lotta anche contro di quella, e sono arrivati i primi americani, gli olandesi, i francesi, i belgi e gli svedesi.


Franco Cerri: Django Reinhardt venne a Milano a a suonare insieme a Stephane Grappelli, invitato da un agente che non sapeva assolutamente niente di jazz e mi chiese se mi andava di suonare. Non gli credetti subito, perché pensavo fosse un'esagerazione, una presa in giro. Poi andai all’appuntamento la mattina dopo e guardai Django Rheinardt che aveva una particolarità: era stato vittima di un incidente, un incendio alla sua roulotte e aveva una grande cicatrice sulla mano sinistra e due dita anchilosate che teneva in questa posizione (imitando la posizione) e suonava poi con due. E la prima cosa, entrando nello studio di questo, è stato guardare la mano di Django ed era in effetti così e allora era veramente Django. Perché mi sembrava impossibile che io potessi andare a suonare con Django.


Poi ho fatto molte altre conoscenze, tra queste Billie Holiday. Lì suonavo il contrabbasso, andai a salutarla in camerino e tra l'altro vidi un bicchiere di coca-cola e subito mi è venuto in mente: “Ma dicono tanto di questa persona che si ubriaca, che si droga, e lei beve la coca-cola.” E le si avvicinò un po' io mi avvicinai a lei e ci salutammo con un bacio, un bacino, così sulla guancia, e mentre mi avvicinavo è venuto su dal bicchiere un tanfo di gin che era una cosa spaventosa. Più avanti ho conosciuto un trombettista straordinario, Chet Baker, che era molto disturbato da ‘problemi’: si drogava, cosa molto nota in tutto il mondo, purtroppo. Ed era anche lui una persona molto dolce, amica, ma con dei momenti un po' strani, dovuti a questi problemi che lui aveva. Lui invidiava tutto ciò che non riusciva ad avere proprio perché questi problemi evidentemente glielo impedivano e c'era in lui, in certi momenti, la voglia di essere come tutti gli altri come quelli che in un certo senso invidiava, ma non ce la faceva.C'è da dire che quando invece prendeva la tromba e partiva era un poeta, qualcosa di straordinario.


Giulio Libano: ‘Genio e sregolatezza’ quando sia nato non lo so. Noi abbiamo incontrato parecchia gente, parecchi musicisti, grossi o meno, molti erano dediti a dir la verità, più che altro, dediti a ‘sostanze’ che non agli alcolici. Noi per prima cosa almeno gli italiani di allora, amanti della buona tavola, amanti del nostro vino e forse ci era sufficiente.


Franco Cerri: Ci son passato, veramente ho fatto uno slalom incredibile. Evidentemente la cosa non mi interessava o avevo paura, non lo so. So che né bere, né drogarmi, né fumare, non sono son capace neanche di aspirare una sigaretta e questo mi ha tenuto fuori ma evidentemente non ne avevo voglia, la cosa non mi interessava, mi interessavano le ragazze e i dolci. Ecco, questa è una cosa stupenda, piena di poesia, se volete. …. Un timido sul palco ha dei grandi problemi perché deve apparire come una persona a proprio agio e dentro invece c'è una turbolenza incredibile…. Penso sempre che si traduca suonando ciò che è l'uomo, con le sue caratteristiche, ed il jazz occupa un uno spazio molto importante, dovuto anche alla natura di questo tipo di musica che è un tipo di musica che rappresenta una sorta di libertà nel suonarla, nell'esprimerla…. Improvvisare vuol dire proprio suonare e inventare nel momento in cui in cui si inizia il brano. Quando suono dedico sempre qualcosa a qualcuno, ma è un po' inconscio, allo stato inconscio: principalmente un personaggio femminile di cui però non vedo il viso, quindi è dedicato a una donna ma non so chi è. enorme veramente.


Giulio Libano: Cerri come musicista ha una fantasia enorme, veramente, boh, noi diciamo molto larga.


Franco Cerri: Le mie partecipazioni in televisione sono cominciate durante il periodo sperimentale della televisione nel 1954 e mi ricordo di aver partecipato a una trasmissione dove c'era Mike Bongiorno che conduceva e io facevo parte di un gruppo di ospiti. Più avanti dagli anni sessanta, 59 60, ho partecipato a trasmissioni a puntate, principalmente con Kramer, poi ho avuto un periodo in cui suonavo con Carosone e poi sono iniziate le trasmissioni mie, a mio nome.


Carlo Bonazzi: “ Abbiamo fatto questo incontro con Franco Cerri che era affiancato dalla Paola Pitagora con diversi ospiti e cose del genere, ed è stata una trasmissione, sembra, abbastanza simpatica, mi fa piacere ricordare che io davo a Franco una grande tranquillità perché stavo sempre in studio e teatro e stavo sempre vicino ad una telecamera e bastava, magari, un cenno, una cosa per fargli capire che le cose andavano bene.

Franco Cerri: I personaggi che del mondo dello spettacolo con i quali ho avuto a che fare, per primo ricorderò ancora una volta Kramer perché stare con lui è stata una palestra formativa ed informativa straordinaria. Contemporaneamente il Quartetto Cetra ha anche giocato un grande ruolo e poi Giampiero Boneschi, che è un grande musicista (all’epoca di questa intervista G. Boneschi era ancora vivo), Natalino Otto, che era il gruppo quell'epoca. Io quando suonavo con loro sul palcoscenico ogni tanto mi guardavo in giro e dicevo, mi dicevo: ‘ Ma sono proprio io qui a suonare con questi personaggi così importanti?’…. Durante il periodo della mia attività, ho fatto il testimonial di una campagna pubblicitaria.

Carlo Bonazzi: “ E’ stato fatto un test, il test è stato tutto a favore di Franco perché si è scoperto che il modo così gentile e tenero, sempre molto caldo, proprio di Franco, suscitava grande tenerezza nelle donne, in tutte le donne, anche nelle casalinghe.”


Franco Cerri: Di questo porto un ricordo, odio e amore. Odio perché la popolarità incredibile accresciuta, che io non cercavo e che in un certo senso mi ha disturbato. …. Questa è stata un'occasione, far televisione, in onda dalla mattina alla sera, però troppo e non nel modo in cui pensavo io. C’erano reazioni del pubblico, il pubblico mi vedeva, mi additava, ed io che cercavo di scappare, però mi ha permesso di fare la musica che mi piaceva e poi mi ha permesso di essere conosciuto da una fascia di pubblico che altrimenti non sarebbe mai venuta ai concerti. Poi dovevo assumere degli atteggiamenti difensivi, soprattutto quando dovevo uscire sul palcoscenico per il concerto: mi avvicinavo al microfono, ringraziavo per come mi avevano accolto e poi dicevo adesso anche se questa non è la sede più adatta, vi dirò un qualcosa e poi dopodiché non ne parleremo più, quando faccio quella pubblicità, non sono nell'acqua e allora qui grande risata, grande applauso e più nessuno si permetteva di dire qualcosa. E io potevo suonare tranquillamente: atteggiamento difensivo! …. Sono stato fortunato perché ho sempre potuto suonare con dei musicisti, degli ottimi musicisti. I ho sempre cercato l'uomo, prima l'uomo poi il professionista.


Enrico Intra: “ Insieme da anni, ma da tanti anni eh, abbiamo costruito delle cose che secondo noi sono abbastanza importanti per la città di Milano e non soltanto per Milano: la scuola, il nostro quartetto, che è stato in tutto il mondo, quindi una coppia che ha funzionato, sembra un paradosso, anche perché i nostri strumenti non è che vadano molto d'accordo, perché sono due strumenti armonici sia la chitarra che il pianoforte.

Franco Cerri: “Devo dire che sono con grande gioia con molti giovani e sono di generazioni nuove, ma una fauna giovanile incredibile. … Essendo io un autodidatta cerco di trasmettere le mie esperienze. E poi appunto di cercare di creare un rapporto di fiducia con gli allievi. E la paura del timido, e qui ritorna fuori ancora il timido che in generale, secondo me, gli allievi ne sanno di più perché hanno studiato. E forse da me la paura è questa: si aspettano che io parli lo stesso linguaggio, ma la cosa principale, secondo me: la situazione della musica rimarrà sempre al di sotto di quella che è negli altri paesi, perché negli altri paesi c’è l’educazione musicale nelle scuole e da noi questo no. ….

I figli, quando sono arrivati i figli ho cercato di trasmettere loro l'amore per la musica, quello che ho cercato di trasmettere loro è l'amore per la musica quello che io avevo acquisito quello che avevo scoperto dopo tanto tempo. Stefano era un appassionato di musica incredibile: a due anni faceva del jazz. Intonava una cosa, e mi ricordo che una volta Gerry Mulligan a casa mia l’ha sentito cantare, canticchiare, My Funny Valentine: aveva una musicalità. Poi un giorno me lo sono trovato in un angolo che suonava la chitarra, ed io: e chi ti ha insegnato? Mah sai, metti un giorno le dita così un giorno le dita cosà, ed ha fatto lo stesso percorso mio.


Ci si accorge, ascoltando le cose che abbiamo magari registrato anni prima, se si sono fatti dei progressi o se si è cambiato qualcosa e devo dire che una sorta di marchio resiste. … Fare della musica è una bella medicina, una medicina senza controindicazioni. E io sono felice di poter fare questo: il privilegio viene anche da questa cosa.

Essere Franco Cerri

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