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Alle origini del linguaggio Jazz


Forse sarà capitato a chiunque di chiedersi come mai certe frasi, ritmi, patterns ed anche alcuni frammenti melodici, siano presenti e ricorrenti nel vocabolario jazzistico ed in parte della musica popular. In effetti, se per il linguaggio parlato e scritto di qualsiasi lingua esistono l’etimologia e lo studio dei documenti antichi, è possibile che anche nella storia della musica jazz ci siano documenti che testimonino antiche radici semantiche e sintattiche e che possano aiutarci in quest’indagine sulle origini del linguaggio jazz?

Il vecchio ritornello, sintetico e profetico, “il ritmo viene dall’Africa e l’armonia dall’Europa” non ci da alcuna informazione e rimane uno slogan un poco superficiale, uno schema che non risolve il problema. Per risolvere la questione bisogna fare una cosa sola: l’analisi musicale.

Ma possiamo con certezza dire che il linguaggio jazzistico e diversi altri aspetti musicali del jazz delle origini, che in parte sono sopravvissuti fino ad oggi, derivino dall’idioma musicale delle popolazioni africane? Di sicuro non vi è traccia dell’inflessione e del sincopato tipico del jazz nella musica “eurocolta”. Ma in quale misura e quali elementi provengono dall’Africa? Esistono documenti che testimonino con certezza queste ipotesi?


Non è mia intenzione pubblicare un saggio, sarebbe un lavoro davvero immane e troppo impegnativo, voglio invece condividere, al fine di incuriosirti ed approfondire questa analisi, alcune scoperte nel campo della musicologia che possano essere di aiuto a comprendere perché si è arrivati a suonare la musica Jazz e come i suoi “caratteri genetici” siano stati ereditati dalle culture musicali pop, rock, funk, hip hop, reggae ed anche presi in prestito da compositori “eurocolti” come Debussy (Golliwogg’s Cakewalk) o Dvorak (Sinfonia del Nuovo Mondo). Ho cercato quindi diversi documenti e fonti, tra questi, gli autorevoli lavori di ricerca di Gunther Schuller e di Arthur Morris Jones.

Un primo indizio della natura africana del jazz è costituito dal fatto che in Europa la tradizione musicale di fine Ottocento si affidava al “genio creativo” del singolo compositore che rinnovava forme e suoni, mentre negli Stati Uniti D’America un fenomeno quasi sociologico stava dando origine ad una musica folcloristica, fondendo un meltin pot di idiomi anonimi e sconosciuti, insieme anche a tradizioni e strumentazioni bandistiche importate da immigrati italiani e tedeschi, e che prendeva il nome di una parolaccia: jazz.


La musica Jazz come fenomeno sociologico, infatti, svela una caratteristica dell’origine africana del Jazz: una concezione globale della vita in cui la musica, la pittura, la danza, la scultura, l’arte in generale, contrariamente alla cultura europea, non vengono praticate in un contesto sociale autonomo, e ancora oggi, dove non ci sono contaminazioni occidentali, non hanno funzione astratta. Non a caso la parola “arte” nella cultura africana non esiste. L’arte, per come la definiamo noi in categorie, non esiste, esiste come fenomeno unitario in tutte le fasi della vita quotidiana. Inoltre la funzione astratta della musica non è concepita, nella musica africana il significato delle parole è collegato ai suoni musicali in quanto lingue e dialetti africani sono già forme di musica dato che certe sillabe hanno altezze, intensità e durata prestabilite, e la musica strumentale, nel senso della musica europea, è praticamente ignota. Questa musicalità linguistica, in forma attenuata, è presente nei testi scat e bop del jazz.

Un altro aspetto del “percussionismo” africano è che era in origine una comunicazione non verbale e questa caratteristica è sopravvissuta, per esempio, nel blues con l’imitazione dei suoni vocali attraverso gli strumenti. Scriverò, sinteticamente, che questa attitudine è propria del nero africano, la cui tendenza è stata, sia schiavo, sia sottoposto a legge islamica in patria, di adattare le proprie credenze ed abitudini al mutato contesto. In particolare, in America, le genti africane che sono venute a continui compromessi, a volte forzosi, altre volte a causa di un processo di acculturazione passiva nel corso degli anni, e probabilmente a causa dei cambiamenti del modo di vivere, del contatto con forme musicali e religioni europee, hanno cercato di insinuare il più possibile elementi del substrato africano. Ironicamente, gli atteggiamenti filantropi dei bianchi hanno portato alla corruzione della musica africana in America, mentre quelli più oppressivi hanno spinto i neri a proteggere e conservare i loro elementi culturali, in un processo di semplificazione e di sintesi dei ritmi africani che hanno poi portato a quelli, molto più semplici, del jazz arcaico.

Ma passiamo all’analisi per verificare quanto scritto!

Nell’esempio che segue vi è la trascrizione di alcune battute di una danza Sovu proveniente dal Ghana.


E' possibile ascoltare il file audio di questa partitura scaricandoli dalla sezione Downloads di questo sito


Gli strumenti utilizzati sono:

Gankogui, una sorta di campanaccio che scandisce il disegno ritmico di base;

Axatse, una specie di raspa che accompagna il gankogui;

MANI = il comune battito di mani;

Canto, cantore solista e corale;

Atsimevu e Kagan, che insieme a Sogo e Kidi formano una sezione di tamburi a quattro parti.


Scrive Schuller: “Il tipico complesso dell’Africa occidentale è composto da un cantore solista al quale risponde un coro, uno o due suonatori di campanaccio che eseguono costantemente una stessa figurazione di base, alcuni cantori che fanno altrettanto battendo le mani, e un insieme di tre o quattro percussionisti.

Tale complesso produce un minimo di sette, e spesso un massimo di undici parti. La cosa notevole, tuttavia, non è il numero delle parti ma il fatto che, nel caso di un organico a sette parti, sei su sette possono muoversi su metri differenti, i quali oltretutto sono distribuiti in modo che raramente i tempi forti coincidano. Di fatto, due dei suonatori di tamburo possono sfidarsi l’un l’altro al gioco dei poliritmi per intere esecuzioni, che non di rado possono prolungarsi ore ed ore. Questo esempio, riprodotto dal Volume II degli Studies di Jones, illustra queste procedure in modo impressionante.

Vediamo, infatti, che, sebbene i cinque righi superiori (gankogui, axatse e cinque parti di mani) siano in qualche modo correlati, non ve ne sono due identici. Ne risulta una stupefacente ricchezza contrappuntistica, che nella musica europea semplicemente non esiste. Abbandonando i cinque righi superiori abbandoniamo anche ogni coincidenza verticale di fraseggio. Lette orizzontalmente infatti, cambiano metro di frequente e nella parte riportata sono scritte nel sistema metrico occidentale solo per esigenza di chiarezza di lettura. Va osservato che l’africano non concepisce “metro” nel senso della scrittura europea (la notazione musicale gli è ignota), tuttavia pensa le frasi entro unita simili a quelle che noi chiamiamo “battute” o “misure". Non ci si può quindi che meravigliare dell’etichetta di “primitiva” affibbiata di solito alla musica africana.”

Per illustrare visivamente come le trasformazioni e le semplificazioni del ritmo si ricolleghino alle origini africane ho riportato un esempio tratto dagli studi di Schuller.

Intorno agli anni Venti, la musica dell’esempio in alto sarebbe diventata qualcosa di simile all’esempio in basso, tenendo conto naturalmente del fatto che egli ha trasformato l’originario complesso africano in un tipico gruppo degli anni Venti. La trascrizione implica un salto non solo da un continente all’altro, ma anche da un’epoca all’altra; tuttavia si vede a occhio che il contenuto di fondo è rimasto lo stesso e che sono occorsi ben pochi cambiamenti. Schuller ha effettuato la conversione strumentale in questo modo:


gankogui _

axatse banjo

mani 1 grancassa e pianoforte

mani 2 _

mani 3 wood block

mani 4 tuba

mani 5 _

canto clarinetto

atsimevu tromba

kidi trombone

kagan _


Sono stati tralasciati gankogui, mani 2 e kagan perchè sono sostanzialmente presenti nella parte dell’axatse, mani 5 perchè troppo complesso per una musica ormai semplificata, da notare però che il ritmo del gankogui non è altro che il ritmo del samba!


E' possibile ascoltare il file audio di questa partitura scaricandoli dalla sezione Downloads di questo sito

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